LA VIA FLAMINIA E LE ORIGINI – CASTELNUOVO DI PORTO

CASTELNUOVO DI PORTO

Castelnuovo di Porto

Lasciamo la Flaminia con le sue volute, ora più ora meno ampie, continui a correre fra i colli verdeggianti dirigendosi verso Nord. Siamo giunti alla nostra meta e ci fermiamo.

Ecco quanto scrive a proposito di Castelnuovo Carlo Bartolomeo Piazza, della Congregazione degli Oblati di Milano, il suo libro La Gerarchia Cardinalizia stampato a Roma nella stamperia del Bernabò l’anno MDCCIII.

IL BEL PAESE

<<Il più civile e popolato Castello dell’Agro Romano e della Diocesi Portuense senza dubbio Castelnuovo; sostituito per le rovine dell’antica città di Porto, per la residenza diocesana dei Vescovi dei quali quivi più volte tennero ordinazione, celebrarono Sinodi, e vi fecero molte funzioni Vescovili; Capo e Metropoli altre volte de’ popoli Capenati (direbbe il Cluerio anche dei Veienti) a cui dare il vantaggio della prerogativa sopra tutti gli altri villaggi, Terre o Castelli, l’amenità del sito, in un colle assai eminente al Territorio che gli soggiace d’intorno; la fertilità del terreno di vino, grano ed olio; l’industria degli abitanti la civiltà del Castello cinto di mura e munito di Torri; il comodo della via Flaminia celebre fino nei tempi dei romani antichi come accenna Tacito nel libro secondo delle sue Istorie; il continuo passaggio dei viandanti che vengono dalla Germania, Polonia, Francia, dal Settentrione, dalla Lombardia, Toscana, Roma; e le vicinanze che ci sono, di alloggio delle Nazioni di quasi tutto l’Oriente e l’Occidente ecc.>> fu chiamato Castelnuovo, dice Antonio Degli Effetti, per essre stato fatto dalle rovine delle cinque colonie che formavano l’antica città dia Pentapoli della quale fu Vescovo S. Tolomeo, discepolo di San Pietro. Ecco a riguardo le notizie storiche. Venuto San Pietro a Roma inviò il suo discepolo Tolomeo Vescovo a Pentapoli e Romano Vescovo a Nepi a seminar la fede nella Toscana Cisciminia. I Veienti ebbero ad imitazione della duotetrarchia universale dei toscani, dodici colonie di città; sette di queste situate nel piano presso il Tevere e alle Saline che formavano sette parti del loro territorio che dovettero cedere a Romolo nel Patto di Pace che da Plutarco, Livio e Dimisio fu detto il Settipagio. Le altre cinque lasciate loro dai romani formavano il quinquepagio che in greco dicesi Pentapoli e in latino Collina a guisa della Collina di Roma che, come Varrone, era cosidetta perché comprendeva cinque colli: Viminale, Quirinale, Salutare, Muziale e Laziare. La Reggia, o Metropoli fu Veio che però, secondo Frontino, essendo stata debellata fu ridotta a colonia, Penatopoli era situata a Belmonte, vicino Castelnuovo, come notano il Cluerio, Mercurio Italico e geografi più versati che la facevano diciotto miglia da Roma. La città di Belmonte ebbe diversi nomi; fu chiamata Città della Collina, Città delle Colonie, Città delle Castella, Città Vehentana, Pentapoli e in ultimo Castelnuovo edificato, come vuole Strapone, dai romani, Cumhi fidenas, et Veios saepe rebellantes uppressissent.

Fanno menzione della città collina e delle colonie la costituzione 211 del Bollario Cassinense e la 143 e quella di Celestino III nella conferma dei beni al Monastero di Campo Marzio volgarizzato dal Martinelli, come anche la Bolla 234 e 323 del detto Bollario Cassinense.

TESTIMONIANZE DELLA NASCITA DI CASTELNUOVO

Negli strumenti dell’Archivio della Comunità Ecclesia di Castelnuovo ancora oggi si legge: Castel Novo in Collina, e il suo territorio collinense e castellano. Gli atti dei SS Martiri Tolomeo e Romano parlano della Pentapoli come una città sola, anche l’imperatore Claudio nel suo codice dice la nostra città e non le nostre città e così pure il sacerdote e noni sacerdoti della Pentapoli. E ancora nella sentenza pronunciata da Aspasio,prefetto romano, in seguito all’accusa contro i due suddetti martiri fatta da Porfirio è detto: <<Mandamus extra muros nostre civitatis pentapolis duci, ibique orum capita absuque misercordia truncari >>.

Il Nobili però parlando della Pentapoli la fa costituita da cinque città fra le quali Nepi che avrebbe compresso anche Belmonte di Castelnuovo. Le cinque città sarebbero state: Perentio, presso Viterbo, distrutta, Falisca, che si suppone le ancora esistenti rovine di Falleri presso Civita Castellana, Nepe, Villa Magna (forse la Villa rostrata di Pompeo Magno sulla Flaminia presso Rignano o quella dei Cesari ad Gallinas a Prima Porta, o la città di Rubra) Fidene, oggi Castel Giubileo. Lughelli col nome di Pentavoli indica chiaramente una sola città a sé distinta anche da Nepi e che sarebbe stata a Belmonte di Castelnuovo e comprendente cinque Colonie le quali sono numerate nelle Bolle del Vescovato di Porto e citate dall’Ughelli stesso.

LA BOLLA DI GREGORIO IV

Nella Bolla di Gregorio IV del 1236, parlando di Castelnuovo antico o Belmonte dice che le Colonie vennero in seguito a diminuire di abitanti cioè di coloni e di soldati veterani che le occupavano e le abitavano e che per la mancanza il Vescovo Veientano erano state raccomandate a quello di Nepi e poi furono confermate e comprese nel Vescovato di Porto. << Confirmatus vobis casaria, et colonias at que Castellum in integrum qui appellantum : Attici, Dalmatia, Balneum, Stablà, Massa Giuliana, Positum in Territorio Nepesino milliario ab Urbe Roma plus minus biginti>>.

E Gregorio IX registrando le sue Chiese conclude: << Ecclesias in Belmonte, et Ecclesias in Castello Novo>> le dette cinque Colonie si estendevano da Belmonte a Monte la Guardia presso la via Flaminia e dalle loro rovine nacque Castelnuovo moderno che fu detto Castelnuovo in Colonna dai Signori Colonnesi che lo dominarono come rilevasi da moltissimi strumenti dell’Archivio di Castelnuovo.

L’Ughelli, benché concordi col Nobili nella storia dei SS. Tolomeo e Romano, non è con lui discorde nel fare di Nepi e Pentapoli una sola città. Ed infatti parlando di S.Pietro quando ordinò i due suddetti vescovi, così si espresse:

“Evunque anno 46. Ptolomeum Pentapolis Nepesinae Civitatis Romanum verò Nepesis ipsius Episcopos ordinasset.”

Quindi non è come vorrebbe il Nobili che entrambi fossero l’uno Arcivescovo e l’altro Vescovo di Nepi, come le Bolle sopra citate fanno Castelnuovo nel territorio Nepesino; tanto più poi che negli stessi Atti si fanno delle due città due distinti vescovati.

Nella Bolla di Paolo III per la traslazione del corpo di San Tolomeo è detto: Corpus B. Tolomei Episcopi Nepesini, con la data “Idus Jannuarij 1542”; nella quale Bolla deve intendersi:

“Episcopi Nepesinae Penatapolis” altrimenti anche la Bolla incorrerebbe nello stesso errore del Nobili attribuendo due Vescovi ad una stessa città, qualora Pentapoli e Nepi non fossero state città fra loro distinte, e ciò sarebbe contro la regola sia antica che moderna della Chiesa.

Ad ogni modo è certo che a Belmonte esisteva un’importante città, centro di Colonie, e che per essere nel territorio di Veio rese anche il nome di Città Vehentana e che forse in seguito alla distruzione di Veio per opera dei Romani condotti da Camillo, venne considerata, o addirittura inclusa, nel territorio di Nepi assumendo il nome di Pentapolis Nepesina.

In seguito alle invasioni e scorrerie barbariche rimase distrutto nel territorio verso il Tevere, sotto Castelnuovo, il Castello di Monte Fiore, il cui territorio fu assegnato parte a Castelnuovo il prato Fiore, e parte a Leprignano, la Fioretta. Rimase distrutto il Castello Arnio, oggi detto l’Arniale, nella tenuta di Valle Lunga, e quello di Grotta Stella, dove ebbero rispettivamente i campi le Tribù Arniense e Stellatina. Nè miglior sorte subirono le due Colonie di Castel Boviano e di Monte Falco. Il primo era situato sul confine tra Riano e Castelnuovo e da Augusto assegnato all’undicesima Legione Vigesima; vi sta vicino Monte Fiore che prese il nome dalla Legione Vigesima seconda che era denominata Fortis.

Gran parte di questi luoghi e Castelli rimasero distrutti nei sacchi e rovine di Roma; alcuni poi divennero così spopolati e di poca importanza che furono smantellati dal Conte Gemezio Albertazzo, fratello del Cardinal Egidio, Legato Apostolico, che fu inviato nell’anno 1350 a recuperare lo Stato di S. Chiesa che era stato occupato dai Signori Vici di Viterbo e Malatesta di Rimini e altri. Il detto Conte Albertozzo, vedendo questi Castelletti e Villaggi esposti ad ogni invasione di soldatesche, barbari e banditi, ed essendo gli scarsi abitanti abbandonati a sé stessi, senza medico, Podestà e Arciprete, li fece abbattere ed evacuare riducendo le popolazioni in luoghi vicini e più forti. Così sorsero Leprignano, Riano e Castelnuovo. Le invasioni e scorrerie barbariche non potevano risparmiare l’antica Città della Colonie e Belmonte che, essendo ridotta a poche case prese il nome di Castello di Belmonte. Ma in seguito anche questo fu distrutto ed i pochi abitanti, comprese le due primarie famiglie dei Caraveia e dei Morica, passarono a Castelnuovo, mentre il territorio venne assegnato una parte alla Chiesa Collegiata, quella verso Cellano che in molti documentiè detto territorio di Belmonte; e l’altra parte, detta dell’Acqua Salsa, ai Signori Colonnesi con le contigue terre di Monte delle Rose, così chiamato per un castello che vi sorgeva circondato da giardini con molti rosai. Anche le terre di Valle Lunga, Monte Fiore e Ripalta furono in parte assegnate alla Chiesa e parte ai Signori Colonnesi. Nel 1581, nella devoluzione di Castelnuovo, Gregorio XIII con suo breve, ne assegnò una parte alla R. Camera ed il rimanente a Giulia, Placidia e Flaminia Colonna, figlie del secondo Sciarra Colonna e di Clarice Anguillara. Dove oggi è Castelnuovo erano, come tuttora si vedono, tre torri fortificate dal primo e celebre Sciarra Colonna che recinse il Castello con baluardi e fosse intorno. Nel cortile della Rocca è ancora l’antichissima chiesa di S.Silvestro in Colonna, nominata dall’Ughelli, nelle Bolle Portuensi di Giovanni IX del 1026, di Benedetto IX del 1033 e altre.

La Rocca, che nel sec XVI fu trasformata in palazzo, domina tutto il paese. Essa sorge sopra una rupe isolata ed è sostenuta da robusti contrafforti di tufo. Agli angoli si conservano ancora le torri quadrate. Le due torri che s’innalzano al di sopra del tetto della costruzione principale, oggi sono al livello del tetto stesso in seguito alla sopraelevazione di un piano. Come pure la costruzione di una casa ai piedi ed al lato della Rocca ha deturpato la simmetria della doppia scalea per la quale si sale per accedere alla Rocca stessa. togliendole altresì l’isolamento che aveva. Nell’interno della Rocca fin dal 1870 erano allocati gli uffici della Pretura ed il Carcere Mandamentale. La sala adibita per le udienze ha la volta decorata con affreschi degli Zuccari rappresentanti alcune scene della storia di Roma come quella dell’abbattimento dei triumviri sul fiumicello Reno, in cui sono raffigurati tre Colonnesi del tempo. Una parte del paese intorno alla Rocca trovasi nel territorio che era occupato da una delle cinque Colonie che costituivano l’antico Castelnuovo (Città delle Colonie) e più precisamente dalla Massa Giuliana da cui derivò il nome Massarello, vocabolo che ancor oggi conserva quella zona. Mentre si riscontra che i beni di Castelnuovo furono più volte concessi o confermati, come p. es al Monastero di S. Paolo, al Monastero di Campo Marzio, ecc., la Rocca invece fu quasi sempre dei Colonnesi ed era detta Castrum Castelli Novi.

Il pontefice Innocenzo III ne investì due volte Riccardo Conti, una volta il 7 idus octobris a. /* – 1204 e successivamente il 6 ottobre 1208 – IX del suo pontificato. Contiloro ne riporta il giuramento di fedeltà.

Antecedentemente, il 6 gennaio 1157, Oddone de Polì lo aveva rinunciato ad Adriano IV e nello stesso giorno il Cardinale Barone Camerlengo e Rolando Cardinale Cancelliere ne infeudarono Oddone Conti.

Nel 1298 tornò sotto il dominio dei Colonnesi. Bonifacio VIII glielo tornò a togliere, ma sotto Clemente V lo recuperarono nuovamente. Nel 1432 fu presa da Nicolò Forte Braccio. Allora Eugenio IV scrisse una lettera alla comunità di Castrum Castelli Novi (Castelnuovo) che era una specie di ultimatum: ” o si ripongano sotto i Colonnesi, o si mettano sotto la Chiesa.” ma non avendo ottenuto alcun risultato o risposta, nel 1435 fu inviato ad espugnarlo il Cardinal Vitelleschi con 1750 soldati di Borgo, e fu così restituito al Papa. Però per poco tempo perché i Colonnesi lo espugnarono nuovamente. Lo recuperò ancora Papa Alessandro VI che munì la Rocca e le torri di artiglieria, ma ciò non impedì ai Colonnesi di espugnarlo ancora una volta. Finalmente nel 1581 da Gregorio XIII, considerandolo come devoluto per gli atti di Tideo de Marchis, Notaro di Camera e in base alla sentenza della Camera stessa, fu incamerato.

Nella piazza di Castelnuovo esisteva, fino ad alcune decine di anni or sono, una fontanella con scritto M.F. che voleva significare: Marozia fecit Marrozza fu moglie di Guido Re d’Italia e madre di Alberico e di Giovanni XII. Un frammento di marmo di detta fontana si può ancor oggi osservare sulla piazza, collocato ad un lato per uso sedile, sul quale sono scolpite due colonne e le due iniziali suddette. Prima ancora dei Colonna, furono Signori del Castello, sia antico Castello di Belmonte che moderno (Castel Novo) i Conti Tuscolani i quali non solo vi abitarono ma vi educarono i figli. Gli antenati dei Conti Tuscolani abitarono anticamente al Castello di Cepracoro, detto anche di Pietra Pertusa, e , stando a quanto scrive Anastasio, i detti Conti sarebbero discendenti della famiglia del Papa Adriano I e dalla famiglia Ottavia d’Augusto la quale si diramò nelle famiglie Anicia, Pierleonia e Frangipane. Da quest’ultima derivano i Conti di S’ Eustacchio e Tuscolani. I Conti Tuscolani poi si divisero in tre rami: quelli che presero il nome del Tuscolo (di Frascati); quelli che presero dalla Tuscia,e quelli che lo presero dalla Tuscania Cisciminia di Castelnuovo e dei veienti. Fu il Papa Adriano I, dei Conti Tuscolani, che donò alla Basilica di S. Pietro la sua villa e casa paterna di Cepracoro, posta 15 miglia da Roma, presso la via Flaminia, nel territorio Veientano nella località ancor oggi volgarmente denominata Pietra Pertusa poco lungi dal casale Malborghetto.

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